mercoledì 8 novembre 2017

E poi non ci si rincorre più

Non ci perdevamo mai di vista alle feste. Sapevo dov'eri; mi voltavo a parlare con altre persone; mi guardavo attorno; passavo al bar e aspettavo una vodka aromatizzata. Adoravo quella alla pesca. Mi guardavo allo specchio, curiosavo i prati sempre ben tenuti e vicino alle piscine trovavo orme bagnate che riflettevano le luci della casa e del cielo e tenevo conto dei passi degli invitati che non sapevano dove andare o chi seguire, alcuni neanche cosa facessero lì. Infine tornavo a cercati con lo sguardo. Ti ritrovavo circondata da tre ragazzi che ti dicevano belle cose, la maggior parte delle quali funzionavano. Ti ho visto sorridere così tante volte alle loro lusinghe o ai loro complimenti, che mi è venuto difficile credere che non hai pensato di frequentarli, ma ricambiavi il mio sguardo come se fossero opera mia tutte le avance del mondo.
Non mancava mai la musica, non era troppo formale da annoiarci con un lento, ne scatenata da costringermi ad afferrarti e a farti girare su ogni superficie. Ricordo che ascoltavamo solo quelle note che potevano mettersi tra di noi, lasciandoci per un breve attimo ad un centimetro di distanza in cui potevamo conoscerci al meglio, un centimetro in cui si infrangeva l'immagine angelica che avevamo l'uno dell'altra perché risaltavano le imperfezioni, come quei capillari che avevi sulle guance e che segnavano di rosso il tuo viso, o le mie spalle, minute, su cui appoggiavi le braccia.
Le feste erano belle. Ci divertivamo anche se erano uguali. Forse era proprio la ripetitività ad interessarci. Io ti tenevo d'occhio e tu sapevi che sarei entrato in azione nel momento giusto. Ed era proprio quella la parte più bella: immaginare come ti avrei salutato quell'ennesima volta. Potevo sorriderti e farti un complimento sul vestito, come sicuramente aveva già fatto uno degli altri ragazzi, oppure iniziare con qualche osservazione sulla festa per arrivare a discutere di quanto fosse noiosa per proporti di andarcene in un posto migliore, o ancora dirti che ero il padrone di casa e che non ricordavo il tuo particolare invito. Mi avresti saputo rispondere?
Tu mi giravi attorno, adesso lo so. Arrivavi e svoltavi in direzioni opposte alla mia raggiungendo le tue amiche, poi andavi a lasciare la borsa e la giacca al guardaroba, ti sistemavi il trucco in bagno e tornavi tra la folla. Ti piaceva provocarmi, allora stavi lontana.
All'università era diverso. C'erano i corsi da frequentare e il tirocinio. Incontrarsi era difficile e anche nel caso di uno scontro fortuito non c'erano tempo o parole da scambiare, come tra sconosciuti che si intralciano. Il peso dello zaino è l'unica cosa che conta, vogliamo arrivare in aula e in orario ai nostri impegni, quindi niente... ci salutiamo.
Le nostre famiglie si conoscono, i nostri amici si conoscono, tutti si conoscono. Si esce insieme nei fine settimana, a volte con i parenti, a volte no. I ragazzi della mia compagnia pensano alle stesse cose dai tempi del liceo e non sono cresciuti negli ultimi anni, allora tra una chiacchiera e l'altra decido di lasciarti un messaggio sul telefono, giusto per chiederti come stai.
Mi dici che anche tu ti annoi, che ti manco, ma io non so cosa rispondere e tutto finisce li.
La domenica con i genitori è diverso. A casa o al ristorante, io e te sediamo vicini, molto vicini, tanto che le nostre gambe si toccano. Non amiamo l'idea che gli altri ci vedano mano nella mano, ma abbiamo bisogno del nostro contatto. È la nostra forma di sicurezza contro le domande scomode della famiglia.
Quando vi laureate? Quando vi sposate?
Ti si irrigidiva la gamba ed io capivo che non eri a tuo agio.
Non rispondevamo perché le nostre cose ci appartenevano. Era meglio raccontare della routine o di qualche esperienza capitata all'università.
Nel pomeriggio tutti liberi e allora era diverso. Stavamo di nuovo assieme e passeggiavamo; mi tenevi per il braccio.
Ti dicevo tante cose perché ero un chiacchierone. La maggior parte erano parole vuote, fino a che accennavo al futuro, al tempo e ai sogni. Non sembravi molto concentrata e mi lasciavi sfogare.
Qualcosa era cambiato.
Arrivò un fatidico giorno in cui decisi di partire. Discutemmo a lungo sulla mia scelta, ma tu volesti concludere dicendo che mi avresti aspettato. Dicesti di aver capito le mie azioni e che non era giusto rinunciare a quell'offerta di lavoro per egoismo.
Mi proposero di fare il giornalista, viaggiare in Europa per vivere gli eventi più importanti della storia e mi trasferii a Milano. Tu mi avresti raggiunto in pochi mesi.
Ci fu un periodo pieno di lavoro. Non riuscivamo a sentirci molto e le poche chiamate duravano meno delle precedenti.
L'università andava bene, le tue amiche erano la tua sola valvola di sfogo e le nostre famiglie si erano perse di vista. Sembrava quasi un'altra vita.
Io ti chiamavo ad ogni viaggio, da Monaco o da Lione non aveva importanza, tu sapevi dov'ero. Era uno dei pochi modi per renderti partecipe della mia vita, che per quanto infelice l'avevo scelto ed ora ne pagavo le conseguenze. Niente più sguardi ricambiati, niente gambe che cozzano sotto ad un tavolo, esprimendosi in un linguaggio che avevamo impiegato anni ad imparare.
Mi consolavo sapendo che non c'era stato un addio, ma quando ebbi la possibilità di tornare a casa non ti trovai.
Tu non me lo avevi detto, ma eri partita. Quando ti chiesi spiegazioni, mi parlasti di uno stage in un'importante azienda, di un uomo che ti aveva ascoltato mentre parlavi di economia. Tu hai sempre detto cose sensate e quindi facesti colpo ed era un'offerta che non potevi rifiutare.
Non riuscii neanche a chiederti dov'eri, ma dicesti che mi amavi e che avrei potuto aspettarti e che saresti tornata da me.
Partii nuovamente, ancora una volta via dall'Italia e molti viaggi in altrettante settimane.
Ti chiamavo appena arrivato in albergo e tu mi raccontavi di come ti stimolasse il nuovo lavoro. Ti piacevano i tuoi incarichi, i colleghi e le incomprensioni divertenti perché non parlavi bene la lingua. Mi dicesti di odiare la guida sulla sinistra.
Pensai subito a Londra, tanto che vi accettai un incarico di qualche giorno e ti telefonai.
Non sapesti resistere e riuscimmo ad incontrarci di nuovo.
Non avevo mai provato quella sensazione, ma tutto fu più chiaro al momento giusto: ti avevo perso di vista. Non ero abituato ad una cosa del genere e il risultato fu catastrofico, tu invece adoravi provocarmi e lasciasti che ti inseguissi per ricordarmi quanto tenessi a te.
Trascorremmo insieme un paio di giorni, alternando i nostri incontri agli impegni di lavoro.
Ci salutammo un'altra volta che era di mercoledì. Salii sull'aereo e tornai in Italia, a casa mia.
Fu brutto lasciarti, come abbandonare una parte di me in un mondo che mi era completamente estraneo e in mano a gente di cui non sapevo niente.
Avrei voluto tornare da te e nient'altro.
Non seguirono giorni felici; tutto peggiorò. Mi dicesti che stavi per lasciare Londra per un'altra città.
In ogni caso venni a trovarti poco dopo il tuo trasferimento, ma oramai qualcosa si era perduto. Come se fosse finito il periodo dei giochi in cui tu mi evitavi per provocazione e andavi a controllare il trucco e poi a parlare con le tue amiche.
Purtroppo finì la musica ed io mi sentii perso, senza sapere se la festa fosse finita, oppure se afferrarti con forza e portarti via, lasciando gli stessi passi bagnati di chi non sa cosa ci fa lì e che mi hanno portato lontano da te.
Quando ti salutai, capii che in un modo o nell'altro era un addio, perché dopo, senza sapere come, ti persi. Io ero preso dal mio lavoro e tu dal tuo e la distanza era molto scoraggiante.
Qual'era allora il momento giusto per entrare in azione?
Chi erano le persone che ti stavano intorno e da cui ti avrei dovuto difendere? Perché le tue provocazioni non erano più divertenti e non ti facevano sembrare la più bella del mondo? E quanta vodka alla pesca avrei dovuto bere per perdere ogni controllo e venirti a prendere?
Quando ci lasciammo, ricordo che non fu doloroso, quanto triste. Forse quella fine l'avevamo un po' cercata e le nostre scelte come i nostri caratteri si ritorcevano contro di noi.
Grazie ai miei viaggi scoprii e vidi molte realtà che appartengono a questo mondo, molte meschine e con tutte le relative bassezze a cui l'uomo può arrivare, altre incoraggianti, che mi mostrarono nuove forme di amore e modi diversi di concepire i sentimenti.
Ho usato questo giro di parole per poter dire che la verità é che la gioia di stare insieme si era trasformata in noia e tutto ciò che c'era di buono si era sciupato ad ogni ballo, man mano che restavamo a fissarci ad un centimetro di distanza, fino a conoscerci così bene che niente poteva regalarci quel senso di scoperta che ci rendeva unici e uniti contro il mondo.
Le tue guance e le mie spalle non erano diverse da quelle di altre persone.
Mentre le avance che tanto ti piacevano, quelle parole che ti facevano sentire una principessa, dette da uomini spuntati all'improvviso... sarebbe molto interessante se tu scoprissi che, forse, non erano casuali, ma voglio lasciare a te il piacere della scoperta. 

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