domenica 9 aprile 2017

Tutto in beneficenza

Io sono quello che conta le monete date in beneficenza.
Nei negozi si trovano cilindri nei pressi delle casse, solitamente trasparenti per dar prova della bontá di chi è giá passato di li, nei quali si infilano i centesimi rimasti in tasca per sbaglio o dimenticanza, di quelli che non si saprebbe cosa farne, a cui non si da valore fino a quel momento in cui si é ispirati dal timore di vedere un sorriso trasformarsi in rancore, dalla fila di persone intenzionate a pagare che si accumula alle spalle e da chi si aspetta un gesto caritatevole. Perchè non darli ai bisognosi?
È semplice il gesto della mano che stringe la moneta, la infila nella fessura e non ci pensa più.
Le commesse ringraziano con un gran sorriso e sono contente della buona azione, ma salutano in fretta perché c'è un altro cliente a cui dare attenzione, devono rivolgergli un sorriso e spiegare che ogni centesimo donato può salvare una vita. Sorridono anche a chi non le ascolta.
Dopo vengo io, che conto le monete una ad una, senza scambiare un centesimo per un altro, senza contarle due volte consecutive.
È un lavoro lungo e faticoso che richiede molta concentrazione e una buona vista e non c'è nessun ma per mio dispiacere; non mi fa sentire una persona migliore, non mi da l'impressione di dare un contributo e non arricchisce la mia vita quanto il tempo che mi assorbe che potrei usare per migliorare nel lavoro o coltivare un hobby. So che qualcuno deve pur farlo, volente o nolente, e ho sempre odiato tirarmi indietro, accettando le sfide che mi sono capitate, ma sono invecchiato e iniziano a farmi male gli occhi a furia di contare.
Un centesimo, due, quattro, sei, otto, dieci, venti, quaranta, sessanta, ottanta, un euro!
La stanza è illuminata perché ho bisogno di vedere bene. La luce resta accesa ventiquattro ore su ventiquattro; il sole entra dalla finestra e mi ricorda che il tempo trascorre per me e per chi cammina in strada e vedo sparire lungo il marciapiede o per chi si muove in auto percorrendo la statale, anche per chi bussa alla mia porta e mi distrae, mi chiede quanti soldi ho contato e se ne va. Gli occhi sono stanchi, ma ho buona memoria, quindi riprendo da dove ho lasciato e continuo.
Tre centesimi, cinque, dieci, trenta, cinquanta, due euro!
Sulla mia scrivania non ci sono lettere. Sono riservate ad altri, a chi ha tanti soldi da donare, così tanti che c'è bisogno di un assegno, di una festa con molti invitati, buffet ricchi di antipasti e giornalisti che fotografano. È di loro che si ricordano i bambini bisognosi. Il minimo che possono fare è scrivere una lettera di ringraziamento sul retro di una foto della scuola costruita con i soldi della beneficienza.
Di me non si ricorda nessuno, nemmeno sanno che esisto, né che ho memorizzato il retro delle monete e che le associo ai rispettivi paesi meglio delle bandiere. Non potrebbe essere diversamente, ma non mi meraviglio della realtà quanto delle circostanze che mi hanno portato a viverla, delle idee che avevo da ragazzo, del desiderio di seguire i grandi ideali, della promessa che avevo fatto a Marisa di seguirla ovunque nel mondo. Fu così che divenni volontario, insieme a lei, senza avere la stessa vocazione o la grinta. Mi limitavo a fissarla nel tempo, nei pomeriggi dei sit-in in cui ci portavano via con la forza e lei protestava di essere in un paese libero e democratico; la fissavo durante le raccolte delle firme, stando seduto al banco sotto l'ombrellone, porgendo la penna alle persone che lei riusciva a convincere; la fissavo incoraggiare i nostri compagni a lottare per cause che non avevano vera importanza, eppure andavano sostenute.
Non potevo farne a meno perché non si ripeteva mai. Ogni frase era nuova, ogni sguardo era nuovo. Di quest'ultimi gliene ho visti fare milleqinquecentoventisette e so che può far ridere un numero così preciso o sembrare impossibile, ma io l'ho conosciuta per millecinquecentoventisette giorni verso cui ha guardato come un possibile futuro per tutti noi, a volte triste, a volte felice.
Dovevo fissarla perché era tutto ció che non sarei diventato, neppure imitandola se mi avesse spiegato come, perché i nostri princìpi erano diversi e si sarebbero ribellati ad ogni compromesso o ad ogni accordo.
Per l'energia c'era un altro discorso, perché quella potevo prendergliela, come se lei fosse una stella ed io un pannello capace di trasformare il suo l'entusiasmo nella mia sicurezza, perché mi sentivo sicuro a starle vicino ed erano sicure le idee e le nostre lotte.
Fu bello essere innamorato fino a che non divenne radicale e iniziò a partecipare alle manifestazioni armate. Vandalizzarono quartieri, danneggiarono veicoli e vetrine di negozi. Si era perso quel altruismo che ci dava speranza.
Venti centesimi, trenta, cinquanta, cinquantacinque, sessanta, settanta, novanta, tre euro!
C'è da meravigliarsi per la semplicitá con cui ho compiuto scelte che hanno condizionato il resto della mia esistenza, che mi hanno portato a compiere cinquant'anni e ad essere un involontario, perchè io non ho voglia di stare in questo posto a sentirmi inutile, né voglio manifestare con cartelli o striscioni. Vorrei vivere altre esperienze che sono ormai trascorse senza che io le abbia notate e che mi guardano nella mia immaginazione per impedirmi di dimenticarle. A volte le immagino come occhi che non hanno altro interesse che me per cui erano state fatte. Le parole che non ho detto mi guardano con aria di superioritá, sanno che potevano essere pronunciate con facilitá, parole che si imparano da piccolo in modo spontaneo e che possono dare vita ad incontri e amicizie. Non ho detto spesso grazie; non ho detto spesso arrivederci; ne prenda un pò; so dirle che ore sono; per quello che cerca deve seguire questa strada.
Si, é vero, sono facili da pronunciare.
Oh, una moneta da due euro. Questa é tedesca.

1 commento:

  1. trovo veramente bello questo racconto. Scorre con una semplicità incredibile, in poche parole si rispecchia una vita. Molto bravo. spero che quest'autore ci diletti di altre storie. Grazie.
    Mara Baldi

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