giovedì 9 febbraio 2017

Noi a teatro

Siamo un duo comico ed il pubblico applaude quando aprono il sipario; batte le mani con la stessa energia che illumina il teatro e noi ne restiamo abbagliati ogni volta.
Facciamo questo mestiere da quando eravamo giovani e vedevamo in televisione in bianco e nero i primi show in cui veniva dato spazio ai monologhisti. A noi piacevano, perchè non avevano bisogno di essere ridicoli. Indossavano abiti eleganti perchè all'epoca bisognava vestirsi in un certo modo per apparire in televisione e con le loro parole incantavano le persone, specialmente le donne e noi volevamo assomigliargli. Non c'era niente di volgare in quel desiderio, perchè la risata era la prima cosa a cui ambivamo e di condividerla con tante persone.
All'inizio ero un magazziniere che nella pausa pranzo tra colleghi raccontava aneddoti divertenti e l'ora che avevamo a disposizione si trasformava in una gara a chi faceva ridere di più. Tu lavoravi in banca e li si rideva poco; non ne eri adatto tu che eri bravo a imitare i clienti più strani che ti capitavano. Ne coglievi i dettagli e li esageravi o li interpretavi e ti veniva naturale trasformarli in personaggi. Avevi uno stipendio migliore del mio e la sera pagavi tu la birra. Ho sempre apprezzato quel gesto.
Ci esibivamo nei locali e avevamo a disposizione dieci minuti. Non potevamo permetterci costumi e non c'erano sceneggiatori. Avevamo solo i nostri testi, potevamo contare sulle voci, sulle facce buffe e sui gesti. Tu gesticolavi molto nella quotidianità e mi facevi ridere. Litigavamo per il pagamento con i gestori che non volevano rispettare gli accordi perchè non eravamo stati bravi. I clienti non tornavano e il locale non poteva permettersi di perderli. Discutevamo a lungo, senza vedere che tutto sommato avevano ragione loro. Non eravamo un granchè, peggio era guadagnarsi la fiducia di chi si aspettava qualcosa di più dei soliti colmi o delle freddure. Da allora ci siamo un pò svenduti, fino a diventare ridicoli, dei pagliacci, l'opposto di quello che volevamo, lontani dai modelli con i quali eravamo cresciuti, ma bisognava ammettere che funzionava.
Si era evoluta la comicità. Quella classica apparteneva a chi era venuto prima di noi e le nuove generazioni volevano qualcosa di nuovo. Ci basammo sugli stereotipi della socitetà ed ottenemmo successo perchè in essi si rispecchiava la maggior parte delle persone. Prendere in giro è sempre divertente.
Una sera si propose a noi un signore che ci assicurò numerose esibizioni e cachet elevati e noi cogliemmo al volo l'occasione.
Ricordo il momento in cui iniziammo gli spettacoli, quelli veri, a teatro. Le luci si spegnevano in sala e iniziava il frastuono dell'applauso. In quel breve minuto, in tante occasioni, iniziai a pensare che per quanto sperassi di arrivare a quel traguardo non ne ero pronto. Tanti dubbi mi vennero in mente, tante insicurezze. Poteva andare tutto storto e la serata si sarebbe rovinata. Nessuno ci assicurava del successo.
Guardavo in alto verso la luce dei riflettori che ci sarebbe piombata addosso e in silenzio aspettavo l'inizio di quello che per molti era solo un divertimento, ma per me era la vita e i suoi aspetti comici sul quale riflettere. Interpretavi un personaggio che si imbatteva nelle persone che piú gli erano antipatiche e finiva col viverci assieme situazioni problematiche da cui non poteva sottrarsi. Quel personaggio ci è valsi molti biglietti venduti e invece di ringraziarlo restavo a chiedermi come mai si incontra sempre chi si odia. Non ho trovato mai la risposta e forse la domanda stessa era ridicola, ma me ne sono poste tante da quando facciamo questo lavoro che ho perso la capacità di ragionare. Mi dicevi che ero troppo sensibile. Notavi che me ne stavo con i pensieri a farmi struggere da cose che non esistevano se non nella mia testa. Mi dicevi che non c'era motivo di dubitare di me o delle mie capacità, eppure mi lasciavo condizionare dalle minime cose e ne soffrivo, senza lasciare che qualcuno mi capisse e sarei rimasto solo se non fosse stato per Claudia.
Molti di quei pensieri li ho lasciati perdere. Il problema è che stavano li, venivano da soli e non ne capivo il significato o il senso. C'erano i timori di tornare al magazzino ad annoiarmi, mentre il supervisore mi controlla e non gli va bene niente. Chi ero dei due, un magazziniere o un comico? E non ho mai trovato sicurezze negli applausi, nei soldi o negli ingaggi per i film e le tournée. Neanche i premi alla carriera che mi ricordano di essere vecchio riescono ad essere un conforto. Mi fanno capire che ormai ci sono tanti comici con più inventiva, più giovani, più istruiti, che escono da scuole o da corsi di recitazione e hanno voglia di apparire, di andare in tivù e farsi vedere.
Noi eravamo degli improvvisati. Avevamo solo i nostri testi e la voglia di ridere e far ridere, ma di tutti quei bei propositi non mi è rimasto niente. Vorrei tanto chiedere aiuto, ma sarebbe inutile. La vita non è così, non soccorre i bisognosi, anche se lo meritano. Bisogna imparare a cavarsela con le proprie forze.
Mi hai detto che su una cosa ho ragione, che siamo vecchi, di non dare ascolto alla mia testa e di lasciarmi andare al momento e alle cose. Tu gioivi sempre quando chiedevano un bis e lo concedevi volentieri, mentre io avevo sempre da obiettare.
Forse è tardi. Lo so. Sono consumato e non mi restano energie.

Questa volta ci voglio provare. Ci chiedono solo un bis. Prendiamoci quest'ùltimo applauso e non pensiamoci più. 

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