mercoledì 16 novembre 2016

I piedi lontani da terra

Mi prese in braccio la prima volta a casa sua, in estate, dove festeggiavamo un evento legato alla famiglia, un battesimo oppure un compleanno, non ricordo.
Non avevamo parlato prima perché non sapevo dire molte parole e quelle che conoscevo erano diventate noiose a causa dei miei genitori che tentavano di farmele ripete ai parenti per esibire i progressi della mia crescita.
Avevamo condiviso solo il piacere del gioco, dello svago inarrestabile tipico di due bambini, delle rincorse sfrenate tra i tavoli del catering e le gambe degli invitati. Apparivamo normali, spensierati e pieni di energia, gli adulti invece sembravano quelli strani, incapaci di scomporsi o lasciarsi andare. Mantenevano il controllo, parlavano e ridevano a bassa voce, non gesticolavano. Stavano in piedi con un bicchiere di spumante, fermi allo stesso posto, cosa che trovavo molto noiosa. 
Ancora più strani erano gli adulti che volevano giocare con noi, fingendo di fermarci sbarrandoci la strada. Nelle conversazioni dei grandi non avevano un ruolo e speravano di poter ottenere attenzione da noi, come se la concedessimo a chiunque, e finivano con l'essere ignorati.
Carmen riuscì a prendermi in mezzo alla pista da ballo. Fu colpa mia, perché tra la folla non vidi altri bambini e mi fermai a guardare intorno per trovarli. Ci misi troppo tempo e Carmen mi raggiunse, mi toccó la spalla dicendo che era il mio turno di prendere qualcun altro e ripartì. Quando mi voltai, vidi solo i suoi capelli allontanarsi all'esterno della pista, niente più. Non c'erano bambini, non c'erano i miei genitori. Mi sentii solo e decisi che quel gioco non mi divertiva più, così smisi. 
A Carmen, però, piaceva e nel corso del pomeriggio mi raggiunse altre volte alle spalle urlando "Preso!". Non aveva capito che non giocavo e mi chiedevo chi fosse a prendere lei al mio posto.  
Poi i grandi decisero che era il momento delle fotografie e mentre stavano per scattarmene una, Carmen mi prese in braccio e mi strinse a se. Aveva due anni in più, era abbastanza grande da poterlo fare e lo fece. Sorrise persino all'obiettivo mentre un nostro zio, che non credo di aver più visto, scattava la fotografia.
La conservo ancora, nonostante appaia disorientato e scocciato. Lo ero perché mi sentii come una bambola che può essere presa e messa a posto quando pare e piace.
Mi prese in braccio e ne fu felice perché le piaceva stare con me, anche se probabilmente ci eravamo conosciuti quel giorno, ma si sa che i bambini non hanno bisogno di molto tempo e particolari motivi per affezionarsi. Seguono solo l'istinto.
Mi strinse a se, facendomi male. Le guance sbatterono l'una contro l'altra, eppure la lasciai fare, almeno per un po', fino a sentirmi infastidito dal modo in cui mi trattava e cercai di liberarmi. 
Mi lasciò andare e dalla rabbia le restai lontano il resto della serata.
Da quella volta la vidi di rado, solo alle riunioni di famiglia. La vidi il giorno della sua comunione e lei venne al mio, il giorno del diciottesimo compleanno e quello della laurea. Per una settimana venne a trovarci. Abitava in un paese tra le colline che le faceva sognare la città, che immaginava colma di sorprese e ricca di occasioni.
Ogni volta che avemmo modo di incontrarci, non mancava di prendermi in braccio o per lo meno di provarci e ci riusciva la maggior parte delle volte. Lasciavo che facesse, senza opporre resistenza, anche se ne ero scocciato.
Da grandi, mi rivelò che la prima volta che giocammo assieme non venne mai presa da nessuno. Veniva da me nella speranza che io la inseguissi. Più restavo fermo e più lei riprovava. Mi acciuffava alle spalle e mi ripeteva che era il mio turno, in modo da darmi nuove possibilitá per inseguirla. Si era divertita molto a quel gioco e non voleva smettere, ma non capì perché avessi smesso io e ne fu triste. Mi avrebbe inseguito tutto il giorno se necessario, ma voleva che facessi lo stesso perché le sembrava bello avere qualcuno che la inseguisse, specialmente se era una persona di cui fidarsi, così come non c'era niente di male nello scappare e nel provare ad essere irraggiungibili. Il meglio arrivava comunque una volta fermi, quando si riposava assieme e si condivideva la stanchezza o una fetta di torta prima di cominciare a correre di nuovo.
Sentendo quelle parole, ebbi il coraggio di ammettere a me stesso che adoravo essere preso in braccio da lei, che lo faceva con tanto divertimento da farmi sentire un bambino. Forse è una cosa imbarazzante da dire, ma non cambiano le sensazioni che ho provato. Eravamo gli opposti. A lei piaceva essere inseguita, a me piaceva essere preso, lo stare vicini e l'essere uguale agli altri. Se qualcuno mi prende vuol dire che mi conosce e mi capisce. Quello è importante.
L'ultima volta che l'ho vista, Carmen ha mancato di prendermi in braccio, ma la compresi vedendo il pancione che aveva. Sono sicuro che sarà una brava madre e prenderà in braccio il suo bambino, senza metterlo a terra mai più.


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