venerdì 14 ottobre 2016

Recuperare i giorni

C'erano giornate al mare o in piscina organizzate con gli amici; gite in posti lontani in mezzo alla natura e mattinate di pesca, quando eravamo troppo giovani per permetterci una licenza. Scappavamo appena un adulto si avvicinava a noi per paura di essere denunciati. C'erano quelle mattinate perché desideravamo stare insieme, dimenticando il mondo e i genitori che ci aspettavano a casa e dire stop! alle responsabilità che dovevamo assumerci. Ci sarà tempo.
Passavano veloci, alla stessa velocità con cui ce ne siamo dimenticati. Mi restano solo alcuni frammenti: in tre, in piedi, davanti al fiume con le canne in mano e nessun pesce che abbocca; l'arrivo sulla spiaggia, fissare il mare senza confessare il desiderio di fare il bagno per non sembrare infantili, meglio aspettare; le cadute, perché si scivola in montagna, e soccorrere l'amico che non si è fatto nulla.
Ora è più difficile organizzare e non sono tutti presenti.
Voglio recuperare i giorni persi, quelli preparati con entusiasmo e mai realizzati, per un motivo od un altro.
Alcune volte, il cielo era cupo già dal mattino e lo sapevamo tutti che non poteva migliorare, ma non importava. Pagavamo l'ingresso della piscina e stendevamo gli asciugamani a terra. Non si parlava perché preoccupati dal mal tempo, consapevoli che non ci saremmo rivisti una volta tornati a casa tra gli impegni scolastici, sportivi o di cuore, perché Alessandro venne con noi quando la sua ragazza era in ferie con i genitori, altrimenti no.
Enrico ci teneva ad entrare all'università, tanto da rinunciare all'estate pur di superare i test d'ammissione, studiando tutti i giorni; la sera, poi, a letto presto.
In quei casi, si parlava del più e del meno, si faceva un bagno veloce perché l'acqua era fredda, poi di nuovo a parlare di stupidaggini o a bere qualcosa al chiosco della piscina, dove una comune bevanda gassata costava il doppio del normale. E non era un problema se paragonato all'amarezza che ci assaliva quando comparivano le prime gocce di pioggia sul tavolino. Ecco! É la fine, tutti a casa! Ognuno prendeva le sue cose e se ne andava con tante aspettative infrante perché si era parlato di quella giornata con un entusiasmo da grandi eventi, come se avremmo dovuto vivere la nostra adolescenza in quell'unico giorno per avere un ricordo a cui aggrapparci in futuro e di cui erano rimaste poche ore vissute male.
Il 3 Agosto del 1998 organizzammo un campeggio tra i boschi dove abitava Fabrizio, che era stato il primo di noi a prendere la patente. L'idea era di trascorrere insieme giorno e notte, accendendo un fuoco e stando all'aria aperta, come i genitori ci avevano descritto della loro gioventù.
Roberto, di nascosto, portò due bottiglie di vino dalla cantina di casa.
Eravamo una decina tra ragazzi e ragazze con il solo desiderio di non lasciare quella serata a metà, tra il passato che ci aveva resi ciò che eravamo e il futuro che ci lasciava immaginare cosa saremmo diventati. Quella sera saremmo stati noi stessi più che mai, se solo la pioggia non avesse rovinato tutto.
Ci riparammo nelle tende, entrando nella più vicina, senza fare caso agli altri, tanto sarebbe piovuto poco.
Si ritrovarono assieme persone tra cui non c'era molta confidenza come Fabrizio e Alessandro ed iniziò a diluviare, tanto da non poter dormire per il rumore e per il terreno che diventava fango.
Continuò per diverse ore e ci guardammo negli occhi con imbarazzo, invece di guardare le stelle.
Del giorno successivo non ricordo niente.
Ho il dubbio che i giorni migliori sono quelli non avvenuti, lasciati all'immaginazione e rovinati dagli imprevisti. Ma li voglio recuperare, voglio vivere i giorni come dico io.

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