mercoledì 28 settembre 2016

Tutte le interruzioni

Ci sono stati momenti in cui potevo farmi piacere le cose che dicevo io, senza che qualcuno mi condizionasse o vietasse di apprezzarle, nonostante la loro natura fantasiosa o irreale. Ad un bambino vengono fatte queste concessioni ed è proprio nell'infanzia che ho avuto la maggior parte di quei momenti, vivendoli con una normalità che davo per scontata, perché si finisce col crescere e i gusti devono essere uguali per tutti gli adulti.
Il più importante era quello che iniziava dopo pranzo, dopo essere tornato da scuola, e terminava con l'imposizione di mia madre di fare i compiti. In quella mezz'ora, che sembrava durasse meno, stavo davanti al televisore e seguivo un cartone animato. Era uno di quelli che piacevano a tutti i ragazzini, pieno di combattimenti, strane creature e in cui i nemici venivano sconfitti grazie all'aiuto degli amici e del coraggio del protagonista. Senza, non avrei capito l'importanza di quei valori, anche se i miei genitori provarono a spiegarmeli. La mia generazione è basata su quei modelli e da piccoli volevamo assomigliare a loro il più possibile. Mi guardo intorno e mi accorgo che pochi ci sono riusciti.  
Il problema è che non riuscivo a goderne quanto desiderassi. Succedeva qualcosa che distoglieva la mia attenzione dallo schermo o che non mi permetteva di concentrarmi e quello che doveva essere un qualcosa di facile si trasformava in una sfida. La maggior parte delle volte, mio fratello, di otto anni più grande di me, litigava con nostra madre. Lei le imponeva di studiare, lui voleva uscire con i suoi amici, decidere per se come utilizzare il proprio tempo e gestire la vita nei modi che gli erano più graditi. Erano le classiche discussioni tra chi cerca una propria identità e indipendenza e chi non riesce ad accettare il distacco di un figlio, che non capivo perché dal mio modo di vedere mia madre era il mio centro e ascoltavo ogni cosa mi dicesse. Finiva che mio fratello, non potendo uscire, mi toglieva il telecomando di mano e cambiava canale, fregandosene di cosa stessi guardando e delle mie proteste. I più grandi vincono sempre. Se mi lamentavo con mia madre, mi diceva di lasciar perdere e che dovevo fare il bravo e non infastidirla. A me restavano solo dieci minuti, che trascorrevo borbottando quanto fossero tutti ingiusti con me, poi dovevo fare i compiti. 
Parenti o amici ci facevano spesso visita. Difficilmente restavamo soli ed ogni programma della giornata subiva modifiche dell'ultimo minuto. 
Si presentavano nel primo pomeriggio, quando avevamo finito di mangiare. Vedevo i miei genitori alzare gli occhi al cielo nella speranza che non fosse qualcuno di poco gradito, poi aprivano fingendo grandi sorrisi di benvenuto. 
Fortunatamente, quelle persone non venivano per me e per la maggior parte del tempo potevo starmene in pace a vedere la televisione; venivo interrotto solo quando mi chiedevano come andasse la scuola, se mi trovavo bene con i compagni e se gli studi fossero difficili, pur sapendo che la scuola elementare era molto semplice.
Quelle domande venivano poste quando gli adulti non avevano altri argomenti di conversazione. Riversare l'attenzione su di me era come un'ancora di salvezza o uno spunto da cui ricominciare ed io sapevo che non c'era vero interesse per le mie risposte, quindi chiudevo il discorso dicendo che andava tutto bene e calava di nuovo il silenzio. Avrei anche avuto risposte più sincere a riguardo della scuola, se gli fossero interessate. 
C'era una mia compagna di classe che aveva delle matite colorate che non utilizzava mai. Le lasciava sul banco nel caso potessero servirle, ma quell'occasione non arrivava mai. Ero io a consumargliele. Gliele chiedevo in prestito e lei me le lasciava usare. Ad ogni colore che le chiedevo, allungava lo sguardo al mio banco e notava che lo avevo già. Le rispondevo che le sue mi sembravano migliori e avrebbero dato ai miei disegni un effetto più lucido. Era una scusa veramente banale e lo sapevamo entrambi, ma mi piaceva quella gentilezza nei miei confronti, senza che io facessi qualcosa di speciale per lei, non era dovuta, né forzata, era gentile perché lo voleva ed io avrei potuto chiederle tutti i colori del mondo, tanto, lei mi avrebbe risposto con dolcezza.
Di questo avrei parlato volentieri, ma so che le risposte non sarebbero state all'altezza. È più facile dire che va tutto bene.
I grandi avvenimenti, poi, erano un'altra seccatura. I cartoni animati non andavano in onda per dare spazio ai telegiornali e ai loro speciali sulla politica e sul mondo. Io ne sapevo ancora poco per essere interessato e non credevo ci fosse notizia che valesse il mio dispiacere nell'aspettare un altro giorno per l'appuntamento con i miei episodi preferiti. Sentivo di attentati o calamità naturali e non mi importava.
Io e i miei cartoni!
Io e i miei cartoni!
Ma in un'altra parte del mondo un bambino soffriva per quelle calamità naturali e per quegli attentati e non gli importava del televisore, dei combattimenti o dei mostri. Si preoccupava di trovare i suoi genitori che forse erano morti a causa di terroristi senza scrupoli o della furia della natura.
Era meglio tacere e avere la decenza di aspettare un giorno, aspettare che venisse data attenzione a quel bambino che i genitori non li ha più trovati.
Infine, venivano il sabato e la domenica e non erano trasmesse le puntate che a me piacevano tanto. Ero costretto ad aspettare due giorni che la settimana ricominciasse.
Oggi non ricordo molto di quel tempo. Ho dimenticato i finali di quelle storie e i volti dei personaggi, ma le distrazioni non le ho dimenticate affatto.

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