mercoledì 29 giugno 2016

La consegna

Spararono al signor Walter in un pomeriggio di primavera. Parlava in auditorium agli studenti di economia, visibilmente stanco a causa dell'età, non più capace di entrare in sintonia con chi lo ascoltava, eppure, non c'era industriale più adatto di lui a formare dei giovani.
La sua multinazionale era simbolo di qualità e innovazione in tutto il mondo, aveva investito in prodotti sconosciuti, riuscendo a sfruttarne i potenziali e ad ottenere profitti considerevoli.
Noi bambini lo conoscevamo per le sue opere di bene, grazie alle quali scuole e orfanotrofi, compreso quello che mi ospitava, potevano garantirci un'istruzione ed un'educazione. Era nostro amico e ci voleva bene, tanto quanto ne volevamo noi a lui. 
Quando veniva a trovarci, vestiva sempre di bianco, finendo con lo sporcarsi nei modi più disparati, ad esempio, scivolando a terra. Ci faceva ridere, mentre la direttrice voleva darci l'idea che fosse un uomo serio e tutto d'un pezzo. Da rispettare. 
A noi bambini importava solo di vedere un adulto cadere in modo buffo, non pensavamo che potesse esserci un significato, invece Walter voleva darci una lezione di umiltà.
<<Che grande esempio per tutti noi. I bambini hanno molto da imparare, se solo capissero le sue parole.>> Sentii dire da due inservienti, mentre ero seduto poco lontano nella mensa a fare merenda.
Walter si ridicolizzava apposta per insegnarci che non esistono persone perfette, per quanto ricche e rispettabili. Siamo tutti capaci di sbagliare.
Parlarono dell'aggressione su tutti i notiziari. Fu eseguita un'operazione delicata per fermare l'emorragia interna e, fortunatamente, non fu più in pericolo di vita.
Il suo aggressore era stato arrestato e dalla prigione continuava a dirsi pentito e a scusarsi per il suo gesto. Lo avevano spinto una forte depressione e l'invidia per il suo successo. I due si erano conosciuti anni prima ad una conferenza, quando era rappresentante di un'azienda di elettronica andata, poi, in fallimento. Gli chiese alcuni consigli su come essere un buon imprenditore. Walter gli disse semplicemente che si diventava bravi con l'esperienza, ma la risposta non fu molto gradita.
Dalla televisione, in alcune immagini, vidi una folla radunata sotto l'ospedale per sostenerlo. Molti piangevano, altri reggevano cartelli con dediche piene d'amore e gratitudine.
Noi bambini arrivammo alla conclusione di doverlo aiutare e la direttrice ci fece scrivere delle lettere per esprimere il nostro dolore e i nostri auguri di pronta guarigione, dicendoci che gliele avrebbe consegnate e che gli avrebbe fatto molto piacere.
Io gli scrissi che era un esempio da seguire. Gli chiesi se il colpo di pistola gli avesse fatto molto male e che quell'uomo cattivo gli porgeva le sue scuse. La piegai più volte, poi la consegnai alla direttrice.
Non ci furono risposte e pensammo che si fosse dimenticato di noi, oppure non voleva risponderci. Forse, non gli importava niente di noi, non aveva bisogno di aiuto.
Scoprimmo, invece, che le lettere non erano mai state spedite, la direttrice non voleva disturbarlo in quel momento delicato, allora le lasciò in un cassetto dove nessuno le avrebbe mai lette. Ci aveva solo preso in giro per farci stare buoni.
Ci scoraggiammo fino a renderci conto di non poter far nulla. Tra di noi avemmo da lamentarci dell'ingiustizia, ma nessuno fece niente.
Nel frattempo, i notiziari continuavano a parlare delle condizioni del signor Walter, che a volte peggioravano a causa dell'età, come se non bastasse essere colpiti di sorpresa da un estraneo, non poteva fidarsi nemmeno del suo corpo.
Fu quella notizia a convincermi che era il caso di agire. Era giusto fargli sapere che molte persone gli volevano bene e che aspettavano una sua guarigione, che aveva fatto molto per tutti e che era arrivato il suo turno di essere aiutato. Gli avrebbe fatto piacere e gli avrebbe dato l'energia per riprendersi.
Di notte scappai dall'orfanotrofio uscendo dalla porta di servizio delle cucine che era collegata con l'esterno dalla zona di scarico-merci.
Con me avevo la mia lettera, trafugata dal nascondiglio in cui era stata riposta.
l'ospedale non distava molto e lo raggiunsi a piedi nel cuore della notte. Fu una lunga camminata per una giusta causa.
Quando arrivai all'ospedale feci attenzione a non farmi vedere. Se avessero visto un bambino girare da solo mi avrebbero fermato e riportato indietro, inoltre, non era possibile entrare nella stanza di Walter perché necessitava di riposo assoluto e probabilmente non avrei dovuto fare quello che stavo facendo, ma pensai che la visita di un bambino con buone intenzioni fa sempre piacere, quindi continuai.
Entrai per l'ingresso principale con passo svelto, nascondendomi alla vista delle infermiere impegnate in non so quali faccende. Non erano molte e non prestavano attenzione alle corsie. Guardavano dei fogli, sistemavano cose o chiacchieravano tra di loro. Questo mi permise di superarle facilmente. Solo che mi resi conto che tutte parlavano della stessa cosa, ovvero dell'uomo che stavo cercando. Scoprii che era in rianimazione e che l'ingresso della sua stanza era presidiata da due agenti di polizia. La cosa che più mi incuriosì fu il continuo commento sui suoi modi di fare. Lo descrissero come una persona molto nervosa, quasi arrabbiata.
ascoltando quelle conversazioni, venni a sapere anche che era stato informato sulla folla fuori dall'ospedale e che aveva reagito con un'indifferenza quasi disarmante, come se tutto quell'amore gli fosse dovuto.
Quando fui sulle scale, salivano davanti a me altre due infermiere e anche loro discutevano su come il signor Walter continuava a lamentarsi delle lenzuola e dei pasti, definendo le prime poco morbide e i secondi poco gustosi. Lo descrissero come un uomo esigente, l'opposto della persona semplice che ricordavo e che mi avevano descritto.
Poi arrivai nei pressi della sua stanza, dove un poliziotto stava fermo a sorvegliare l'ingresso. Un altro si aggirava per i corridoi di tutto il reparto, passando per le stanze e fermandosi a volte a parlare con i dottori.
Riparato dietro un angolo, aspettai che il secondo si allontanasse a sufficienza, poi feci cadere un quadro appeso alla parete, in modo che il primo venisse a controllare. Il mio piano funzionò, tanto che venni quasi scoperto perché il poliziotto era molto vigile e si mosse subito nella mia direzione a passo svelto. Io feci il giro dei corridoi per sbucare dall'altro lato e fui abbastanza veloce da riuscire ad entrare nella stanza che cercavo prima che il poliziotto tornasse.
Finalmente c'ero, potevo fare quello per cui ero venuto.
Il signor Walter stava sul letto e dormiva. Aveva diversi tubi che lo collegavano a delle apparecchiature mediche, un ago nel braccio e la flebo appesa. Era dimagrito molto da quando lo avevo visto l'ultima volta.
L'atmosfera era piuttosto fredda. Nella stanza non c'erano i fiori o i biglietti che mi aspettavo per una persona amata come lui. C'era solo un orologio sul comò e diversi pigiami di seta nell'armadio.
A voce bassa cercai di svegliarlo chiamandolo per nome. Non fu difficile e aprì subito gli occhi.
Non vedevo l'ora che provasse la gioia che ero venuto a portargli. Feci per porgli la lettera e spiegargli la situazione, ma non riuscì nemmeno a dire il mio nome che lui iniziò ad urlare e a dirmi di andarmene. Non voleva essere disturbato, mi chiedeva chi io fossi e non mi dava modo di spiegare. Mi urlò di lasciarlo in pace, che quello non era il posto dove dovevo stare, ero più adatto ad un orfanotrofio perché ero un bambino cattivo e nessuno mi avrebbe mai voluto bene.
Le sue urla attirarono i poliziotti che entrarono nella stanza. Mi presero in braccio, come per proteggermi e mi portarono via.
Mi sentii così deluso che iniziai a piangere, intanto vedevo Walter continuare ad urlarmi contro, mi disse anche degli insulti. Non avevo mai visto una simile cattiveria e mi rimasero impressi i suoi occhi colmi di rabbia. La percepii tutta.
I poliziotti mi dicevano di stare tranquillo, mentre piangevo e cercavo di spiegargli cosa volevo fare. Non avevo mai avuto tanto bisogno di comprensione come allora.
Mi portarono nello stanzino delle infermiere, dove bevevano del te in compagnia di una signora molto anziana che si occupò di me dopo averle spiegato cosa fosse accaduto.
Quella signora mi porse una tazza di te caldo e mi fece bere per calmarmi, poi mi spiegò che era la moglie di Walter. Si disse dispiaciuta per quanto successo, ma non poteva farci nulla. Suo marito era cambiato molto negli anni, fino a diventare una persona irriconoscibile a causa dalle esperienze di vita, dalle responsabilità del lavoro e dal peso dell'uomo che tutti si aspettavano che fosse. 
La persona che avevo conosciuto era scomparsa anni prima, consumata dal dare senza ricevere, rimasta senza più un motivo per sorridere; non c'erano lettere che potessero colmare le sue ferite, ne scuse sufficienti per ottenerne il perdono e non trovò mai più fiducia in qualcosa. Era tutto finito: il tempo delle gentilezze e degli insegnamenti, sostituiti dalla diffidenza e dallo sguardo penetrante di chi è sempre all'erta. Quello che era stato il simbolo della bontà si era ridotto ad un corpo vecchio e decadente a cui nessuno avrebbe dato comprensione. Sua moglie, certo, gli sarebbe rimasta vicino, ma nessun altro.
La signora mi riaccompagnò all'orfanotrofio e spiegò alla direttrice cosa fosse successo e l'amara delusione che avevo avuto.
Riuscii ad addormentarmi poco prima dell'alba, quando mi sentii di nuovo al sicuro.
E io ritrovai fiducia nelle cose, ma ci volle molto tempo. 

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