martedì 14 giugno 2016

L'ambasciatore

Il presidente ha altri impegni e non è potuto venire, così sono stato chiamato io a giustificare i movimenti del nostro esercito e mi ritrovo di fronte ai generali del paese che mi ospita durante quella che dovrebbe essere una missione di pace e collaborazione
Aspettano che io confessi le colpe del mio paese, la presenza dei nostri soldati all'interno dei loro confini, l'attacco alla base militare ed il furto di armi top secret, ma fingo di non sapere di cosa stanno parlando e gli chiedo se le difese militari di cui si vantano non consistano in un enorme quantità di chiacchiere atte a scoraggiare aggressioni dai paesi vicini.
Spiego loro che i nostri soldati stavano svolgendo una semplice esercitazione. La scusa è che il territorio selvatico scelto sul confine dei due paesi era il più adatto ad insegnare la sopravvivenza in un ambiente ostile ai più giovani. La vicinanza alla base di cui parlano è solo una coincidenza e, dopotutto, non possono dimostrare che io abbia torto. Concludo dicendo che ad attaccarli è stato qualcun altro di cui ignoriamo l'identità.
Dopo aver detto la mia versione dei fatti, me ne vado dalla sala riunioni mentre mi giudicano a denti stretti e mi guardano come una persona di cui non ci si può fidare e che riesce a farla franca; io invece non gli presto attenzione, non mi importa cosa pensano, né il loro sguardo con cui vogliono trasmettermi disprezzo, disapprovazione, rabbia e via dicendo. Deve sembrare che niente possa scalfirmi, mi è stato detto di atteggiarmi da persona forte e decisa ed io così faccio, tanto che mi scappa un sorriso di soddisfazione e compiacimento al pensiero di averli fregati, ma dentro sento quella miserabilità di un uomo che frega un altro uomo e a tratti mi è difficile non abbassare lo sguardo per i sensi di colpa, fortuna vuole che nessuno se ne accorga.
Non ho accettato il mio lavoro per allestire simili messinscene a cui sono contrario, ma trovandomi in questa situazione non riesco a comportarmi diversamente. Io so che il mio paese ha sbagliato, mi avevano informato dell'attacco. Le persone che sono state ammazzate non possono dire la verità e mentre noi sfruttiamo il loro silenzio, so che da qualche parte mi stanno osservando e continueranno per vendicarsi, dando un volto al rimorso che mi condurrà alla pazzia.
Mi arrivò la telefonata del presidente nel cuore della notte dicendomi di negare ogni accusa, ne andava della nostra reputazione in uno scenario internazionale e mi pervase un senso di appartenenza che non credevo di avere. Amo la natura e la campagna che mi sono lasciato alle spalle, le grandi biblioteche e i secoli di storia che raccontano; ci sono giovani che amano imparare e lavoratori che tra un impegno e l'altro trovano il tempo di aiutare i meno fortunati. Non volevo che queste belle cose venissero coperte dalla vergogna a causa di pochi dirigenti incapaci.
Mi dissero di mentire ed io così ho fatto.
La verità è che siamo già in guerra e all'ambasciata viviamo come soldati in terra straniera e non abbiamo armi o, peggio ancora, credibilità. Da quando me ne sono reso conto, non riesco a sorridere ai miei colleghi e non so come rispondere quando mi chiedono del giorno in cui potranno tornare in patria.
Siamo soli e dobbiamo continuare a recitare la nostra parte, mentre i pezzi grossi decidono il da farsi, comunicandoci solo le informazioni che ci sono date sapere. Può arrivare da un momento all'altro l'ordine di eliminare ogni documento dagli archivi dell'ambasciata perché il nemico viene a prenderci.
Cerco di ripetermi che la mia è una missione di pace e collaborazione tra il paese che rappresento e quello che mi ospita, che non ci sono secondi fini, che non c'è niente da temere, ma mi sento come un invasore e ho le mani sporche di sangue.
Ma le mie figlie stanno crescendo in questa nazione e la chiamano casa. Una di loro ha già deciso di restare e frequentare l'università, le piacciono i pomeriggi al parco e la lingua diversa perché suona dolce come una melodia, tanto che ascolterebbe per ore le frasi più semplici come torno subito o la colazione è pronta e le direbbe all'infinito fino a dimenticare di tornare e a lasciare che quella colazione duri in eterno. Non conosce ancora la guerra o la cattiveria dell'animo umano ed io mi ritrovo ad essere uno strumento, combattuto tra il dovere verso il mio paese e la gioia di vedere le mie figlie crescere felici. Non sarò capace di dire loro che dovremo andare via e dimenticare le cose che ci hanno arricchito in questi anni. Non so quando questo avverrà. Le cose cambieranno quando meno me lo aspetto. Per ora, mi limito a fingere che niente possa scalfirmi.


Nessun commento:

Posta un commento