mercoledì 25 maggio 2016

Solo fotografie e racconti

Iniziai i miei viaggi quando avevo otto anni. Mio nonno mi portava con se e mi raccontava tanti aneddoti sui luoghi che visitavamo. La prima città che vidi fu Parigi, visitandola nei quartieri più importanti. Pagai l'ingresso al Louvre e vidi la Gioconda, seguii le indicazioni di una cartina per turisti fino all'ingresso della cattedrale di Notre-Dame e mi allacciai le scarpe nei pressi della torre Eiffel, prima di incamminarmi all'hotel che ci ospitava.
Al mio ritorno, portai ai miei genitori, come souvenir, un autoritratto fatto a Montmartre. Ne furono molto contenti e lo appesero nel soggiorno di casa, non sopra il camino, dove avrei voluto perché facile da notare, ma vicino all'ingresso dove ci vogliono alcuni minuti ad accorgersene se ci si guarda intorno. Adesso ammetto che avrebbe sfigurato se messo in bella mostra, non essendo un capolavoro.
Poco dopo andammo a Londra e chiesi a dei passanti di farci una foto sotto il Big Ben. Passai un pomeriggio piovoso all'interno di un bar a bere tè con i pasticcini, escogitando un modo di intrufolarmi nelle stanze private della regina a Buckingham Palace, senza trovare alcuna soluzione.
Restammo poco perché il clima cupo londinese ci turbava e tornammo a casa con grande gioia dei miei genitori.
Come souvenir portai una pinzetta per zollette da zucchero, che finì come oggetto decorativo in cucina, dopotutto nessuno era amante del tè in casa mia e tanto meno delle zollette da zucchero.
Succedeva che, crescendo con mio nonno, stavo via per dei mesi, cambiavo scuola e frequentavo persone nuove e diverse.
Vidi altre città nel corso degli anni, mi piacquero molto Madrid e Praga; in Italia visitai Venezia e Roma ed ogni volta portavo un ricordo ai miei genitori, insieme a tanti racconti delle mie giornate. Mi ascoltavano sempre con grande interesse, mentre si tenevano le mani e mi guardavano in un modo che era tutto loro, bello e intenso, e non chiedevo altro.
La mia valigia stava in camera da letto, stesa vicino all'armadio. Non era mai vuota perché ripartivo in pochi giorni. Era mio padre a stamparmi i biglietti, una volta del treno, quella dopo per l'aereo, dicendomi che facevo proprio una bella vita.
Aveva in testa un sacco di capelli; sembravano cotonati, ma erano naturali. Li aggiustava continuamente perché piacevoli da toccare e spesso glieli pettinavo io, notando che quelli bianchi aumentavano. Al mio ventesimo compleanno lo erano del tutto e si addormentò mentre gli raccontavo delle mie esperienze a Bangkok. Mia madre aveva uno sguardo stanco, quella sera, e allo stesso tempo triste perché non aveva tempo per ascoltarmi. Era tardi per lei e aveva bisogno di dormire.
Avevano riservato un angolo del soggiorno a tutti i regali che gli avevo portato e notai le mie foto ordinate dalla più vecchia alla più recente in modo che si notasse quanto fossi cambiata negli anni.
Tornata da Vienna, mi svelarono di essere turbati dal pensiero di essersi persi la mia crescita. Io ero sempre via e tutto ciò che gli avevo lasciato erano fotografie e piccoli oggetti attraverso cui rivedevano qualcosa di me. Capii che avevano bisogno di qualcosa in più, di più vero, che non fosse freddo al tatto o immobile. Allora decisi di non partire più e di essere io, per la prima volta, ad ascoltare le loro avventure e a stargli accanto. Mi dissero che volevano solo essere accompagnati nella loro vecchiaia; accompagnati perché vedevano quella parte della loro vita come un viaggio, ripetendolo spesso.
Furono anni molto belli. Eravamo liberi di stare insieme e vivevamo le situazioni quotidiane con grande leggerezza. Ricordo il dramma di mia madre quando decise di fare una torta e non trovò le uova. Mio padre la consolò, mentre io corsi al negozio a comprarle. La sera ci riunimmo a tavola e mangiammo una fetta di quel dolce tanto buono.
La televisione non andava toccata quando c'era il programma sportivo che mio padre seguiva nel fine settimana. Si addormentava sulla poltrona con il telecomando in mano. Io e mia madre lo aiutavamo a raggiungere il letto ogni volta.
Fu proprio lui il primo ad andarsene. Mi accorsi che non c'erano mai stati insegnamenti sull'amore da parte sua, ne raccomandazioni sugli uomini da frequentare o atti di gelosia al pensiero che io mi allontanassi da lui. Non ne avevamo avuto il tempo.
Poi mi lasciò anche mia madre ed io restai sola. Quando sentì la sua fine vicina, mi preparò la valigia; la trovai in camera sua con un biglietto che aveva scritto in cui mi invitava a continuare con la mia passione per il viaggio.
Si spensero entrambi nel soggiorno di casa, guardando tutti i regali dei miei viaggi e ripensando alle storie che gli avevo raccontato.
La mia valigia, invece, era solo piena di vestiti ed oggetti per la cura del corpo. Non mi era rimasto niente di loro. Me li ero persi mentre vagavo per l'Europa e non c'erano mappe che potessero portarmi dove erano andati.

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