lunedì 3 dicembre 2018

Ripetizioni


Sai, Davide, ti ringrazio.
Ti ho conosciuto alla fine del quadrimestre e mi hai aiutato a non essere bocciato.
Ci impegnammo negli ultimi mesi a ripassare argomenti di matematica, chimica e storia, e sapevo che ti era difficile farmeli capire perché non conoscevo i fondamenti su cui erano basati. Fummo costretti a ripartire dall'inizio. Come spieghi le equazioni a una persona che non conosce le tabelline?
Ci eravamo dati un obiettivo: la promozione, e grazie a questo iniziammo a conoscerci. Aspettavi che fossi io a decidere l'argomento da affrontare e prima di farlo mi chiedevi se ne avevo voglia. Capisti subito che non ero uno studioso, ma la compagnia, quella, mi piaceva. Tu non pretendevi niente da me. Lo apprezzavo molto, ma non potevo permettermi di ripetere un altro anno: i miei genitori mi stavano col fiato sul collo. Di fatto furono loro a chiamarti quando si resero conto che stavo finendo come l'anno precedente. Mi chiesero di raggiungerti in soggiorno. Mi guardai allo specchio, in camera mia, provando qualche espressione che mi stesse bene. Da un po' di tempo non ne trovavo una giusta, poi arrivai. Ci stringemmo la mano e mi dicesti che eri contento di aiutarmi, che davi ripetizioni per mettere alla prova te stesso, le tue conoscenze e il tuo modo di porti con le persone. Studiavi all'universitá e ti mancavano pochi esami alla laurea.
Mi spiegasti che l'atomo ti faceva pensare a una famiglia composta da neutroni e protoni, il nucleo, i genitori, attorno a cui girano i figli, gli elettroni. Con queste metafore mi avresti insegnato tutto ciò che mi serviva.
Non te l'ho mai detto, ma lo posso fare ora. Ti ammiravo. Conoscevi tante cose e avevi modi di pensare simili ai miei e all'opposto dei miei genitori. Mi assecondavi nei giorni tristi e non studiavamo. Restavamo a parlare. Ti raccontavo di me e delle mie insoddisfazioni e tu non eri da meno. A essere onesto eri arrivato in un momento in cui mi sentivo solo. Prima eravamo in due, fino a quando mio fratello trovò un'altra persona con cui passare il tempo, una ragazza, sai... e si allontanò sempre più, assecondando la sua natura di elettrone che salta da un'orbita all'altra, continuando a mescolarsi con molecole che non conoscevo e troppo complesse per me.
Rispondesti che i legami sono una fonte di crescita per tutti, sia quando iniziano, sia quando cambiano come in un ciclo e l'importante é saper assecondare le varie fasi senza forzare le altre persone, e che per quanto io vedessi lontano mio fratello saremmo sempre stati uniti da qualcosa ancor più piccolo delle particelle atomiche, da un rapporto quantico che la scienza ancora non sapeva spiegare, qualcosa che si sarebbe manifestato quando sarebbe stato necessario.
Mi insegnasti ad ascoltare facendomi vedere come stavi zitto mentre mi sfogavo. Abbassavi lo sguardo e capivo che provavi a immaginarti al mio posto e vedevo sul tuo volto le espressioni che cercavo di nascondere, malinconiche, che lo specchio non mostrava se non volevo. Lo facevi tu e mi rendevo conto che era per quello che mi sfogavo, per capire me stesso e di cosa stavo parlando. Non ci riuscivo da troppo tempo.
Facevi più del tuo dovere. Mi insegnavi i motivi per cui era scoppiata questa o quella guerra e mi spiegavi come non farne scoppiare altre non necessariamente tra due nazioni, piuttosto tra me e i miei genitori, spiegandomi oltre agli sforzi che facevano loro per me, la tranquillità che potevo dare io a loro facendo la mia parte andando bene a scuola e mi facevi notare come mio padre alzava gli occhi al cielo a ogni buon voto e mia mamma ci guardava con fiducia.
Tu raccontavi del futuro che immaginavi e del piacere di essere utile agli altri e di come ti mancava esserlo per te stesso, privo della possibilità di fare di meglio, sentendo di poter implodere da un momento all'altro.
Non ero capace di ascoltare come te e mi era più naturale dirti di tenere duro, che stavi andando bene e che le cose sarebbero cambiate, ma sapevamo entrambi che si trattava di frasi fatte.
I momenti piú noiosi erano quelli dello studio.


Il logaritmo é l'esponente della potenza al quale bisogna elevare un numero costante (o base) per ottenere un determinato numero.

La cinematica é una parte della fisica che studia il movimento dei corpi.

La prima guerra mondiale inizió a seguito dell'assassinio dell'erede al trono d'Austria, meglio noto come l'attentato di Sarajevo.

Passamo pomeriggi veramente duri, ma insieme all'estate arrivò la promozione. Ci sentimmo molto soddisfatti ed eravamo consapevoli che insieme avevamo raggiunto un grande risultato. 
Mi dispiacque che l'anno successivo non potesti aiutarmi. Prendesti la laurea e iniziasti a fare supplenze nelle scuole. Questo ti portò lontano da dove vivevo.
Finalmente avevi l'opportunità di gestire una classe, tanti elettroni che ti giravano intorno e avevi a disposizione la forza per attrarli. Eri colmo di fiducia grazie al successo avuto con me, eppure mi raccontasti che non andó bene. I ragazzi sembravano interessati più a loro stessi che alle lezioni e a fatica ti davano ascolto. Era come se tu non avessi niente da dare ed erano più le ostilità che le richieste d'aiuto. 
Io arrancai fino alla maturità. Da quando te ne andasti non ci furono più bei voti e mi diplomai con sessantacinque, tenendo duro fino alla fine.
Ancora ti devo ringraziare per essermi stato vicino.
Non condivideremo altri momenti, ma sfrutterò le cose che mi hai detto. 
Voglio pormi un altro obiettivo e realizzarlo come abbiamo già fatto. 
E no, non andrò sicuramente all'università.


sabato 2 dicembre 2017

La risposta alla tua domanda

Ho tante immagini nella testa confuse e sequenziate da contrasti di gioia e dolore. Ognuna bilancia l'altra, altrimenti mi resterebbe solo una richiesta d'aiuto per poter osservare le mutevoli sembianze e la meschinità dei sentimenti, senza che possano ferirmi.
I miei primi giochi erano i miei supereroi preferiti e li portavo a scuola, lasciandoli sul banco durante le lezioni vicino alle matite colorate che prestavo talvolta ai compagni di classe. Tornavano a me tutte rotte, senza spiegazioni, insieme ai volti affranti di chi mi aveva chiesto di fidarsi.
Di quando ero ragazzo ricordo la notte, l'ora tarda, e l'uscita dalla discoteca. Il parcheggio è pieno di auto e io non trovo o ricordo quella che mi ha portato lì, e gli altri ragazzi che camminano in senso opposto al mio mi vedono barcollare. Non capisco cosa mi sta succedendo, mentre i miei amici, stupidi più di me, mi seguono perché lo sanno. Potrei rendermi ridicolo ed è una parte della mia vita che non vogliono perdersi. Non so cosa abbiano messo nel mio cocktail, ma mi fa sentire strano ed ho paura. Quando li ho conosciuti non erano così. Eravamo tutti innocenti e seguaci delle buone maniere, poi si forma il carattere e bisogna capire qual è il proprio ruolo nel gruppo. Tutti volevano primeggiare. Io non ne sono mai stato capace, mentre ascoltavo i loro problemi, senza approfittarne per metterli in difficoltà e anche se molti di loro non erano disposti ad ammetterlo, mi somigliavano molto. Alla fine mi abbracciarono. Mi spiegarono che lo avevano fatto per me, perché sapevano quanto soffrissi per una ragazza e di quanto avessi bisogno di non pensare. Mi dissero che Marica non era la ragazza adatta a me e mi strinsero forte come se il mio dolore fosse il loro.
Quando andai in vacanza, vidi su di una spiaggia al di là dell'oceano una ragazza camminare indossando un pareo arancione, senza sapere chi fosse. Camminò tutto il tempo, lasciando impronte sulla sabbia. Era molto giovane ed avventurosa. Conosceva l'isola e gli isolani. Quando suonarono le campane della chiesa sussurrò che padre Emilio si era svegliato, e quando cadde un albero alzò il braccio per salutare Tulio, che di tagliarli lo faceva di mestiere. Ad un certo punto si accasciò a terra; non si bagnò perché aveva paura dell'acqua, ma desiderava tremendamente andare dove nascono le onde e scoprire i mondi di quei turisti che arrivavano con le navi. Lei non era capace di salirci, aveva paura dell'acqua.
Non so che fine fece, solo che non la vidi mai sbarcare su altre coste.
Non so dire se sia mai partita o se abbia trovato la morte durante la traversata. Spero solo che abbia scoperto il suo di mondo e l'abbia raccontato a chiunque si fosse fermato a dirle che l'acqua non era troppo fredda per un bagno.
Mio nonno mi raccontò i segni di una guerra, esplosioni improvvise che in natura non esistono, compagni feriti che chiedono di morire. Mi raccontò della paura che gli impedì di premere il grilletto; guardava i compagni con cui era rannicchiato nella trincea, delle lacrime e del pentimento di essere partiti e promise a se stesso di sopravvivere.
Mi spiegò che non esiste disonore in guerra; si impara ad amare la vita e gli sconosciuti che tutti i giorni si incontrano mentre si va da un posto ad un altro.
Vedo una pizza, buona e appena sfornata. Il ristorante ha un ambiente accogliente con gli amici di sempre. Si sta insieme, si ride e si scherza. Ci sono le candele sui tavoli e le bottiglie di vino, la veranda da cui ammirare il cielo, tante persone attorno e tanti profumi, ognuno con proprie storie ancora in corso. Chissà come andranno a finire?
Basta un piccolo errore. Un vassoio cade a terra e una bottiglia di spumante si rovescia. Sento degli insulti e tutto ciò che di bello poteva offrire la serata finisce in quel momento.
Vedo tante immagini nella testa di una vita trascorsa. In nessuna di queste sono vecchio, no. Non ci sono ancora arrivato. Sono a metà strada, poco dopo il matrimonio e la stretta di mano al mio nuovo capo. Sarà bello lavorare insieme.
Tu, mia moglie, sei al mio fianco e ascolti queste cose perché sono la risposta alla tua domanda. Cosa ti ha colpito di questa vita? 
Vuoi sapere tutto di me, ma ti pongo la stessa domanda. Raccontami di te. È il tuo turno ed io starò ad ascoltare.

mercoledì 8 novembre 2017

E poi non ci si rincorre più

Non ci perdevamo mai di vista alle feste. Sapevo dov'eri; mi voltavo a parlare con altre persone; mi guardavo attorno; passavo al bar e aspettavo una vodka aromatizzata. Adoravo quella alla pesca. Mi guardavo allo specchio, curiosavo i prati sempre ben tenuti e vicino alle piscine trovavo orme bagnate che riflettevano le luci della casa e del cielo e tenevo conto dei passi degli invitati che non sapevano dove andare o chi seguire, alcuni neanche cosa facessero lì. Infine tornavo a cercati con lo sguardo. Ti ritrovavo circondata da tre ragazzi che ti dicevano belle cose, la maggior parte delle quali funzionavano. Ti ho visto sorridere così tante volte alle loro lusinghe o ai loro complimenti, che mi è venuto difficile credere che non hai pensato di frequentarli, ma ricambiavi il mio sguardo come se fossero opera mia tutte le avance del mondo.
Non mancava mai la musica, non era troppo formale da annoiarci con un lento, ne scatenata da costringermi ad afferrarti e a farti girare su ogni superficie. Ricordo che ascoltavamo solo quelle note che potevano mettersi tra di noi, lasciandoci per un breve attimo ad un centimetro di distanza in cui potevamo conoscerci al meglio, un centimetro in cui si infrangeva l'immagine angelica che avevamo l'uno dell'altra perché risaltavano le imperfezioni, come quei capillari che avevi sulle guance e che segnavano di rosso il tuo viso, o le mie spalle, minute, su cui appoggiavi le braccia.
Le feste erano belle. Ci divertivamo anche se erano uguali. Forse era proprio la ripetitività ad interessarci. Io ti tenevo d'occhio e tu sapevi che sarei entrato in azione nel momento giusto. Ed era proprio quella la parte più bella: immaginare come ti avrei salutato quell'ennesima volta. Potevo sorriderti e farti un complimento sul vestito, come sicuramente aveva già fatto uno degli altri ragazzi, oppure iniziare con qualche osservazione sulla festa per arrivare a discutere di quanto fosse noiosa per proporti di andarcene in un posto migliore, o ancora dirti che ero il padrone di casa e che non ricordavo il tuo particolare invito. Mi avresti saputo rispondere?
Tu mi giravi attorno, adesso lo so. Arrivavi e svoltavi in direzioni opposte alla mia raggiungendo le tue amiche, poi andavi a lasciare la borsa e la giacca al guardaroba, ti sistemavi il trucco in bagno e tornavi tra la folla. Ti piaceva provocarmi, allora stavi lontana.
All'università era diverso. C'erano i corsi da frequentare e il tirocinio. Incontrarsi era difficile e anche nel caso di uno scontro fortuito non c'erano tempo o parole da scambiare, come tra sconosciuti che si intralciano. Il peso dello zaino è l'unica cosa che conta, vogliamo arrivare in aula e in orario ai nostri impegni, quindi niente... ci salutiamo.
Le nostre famiglie si conoscono, i nostri amici si conoscono, tutti si conoscono. Si esce insieme nei fine settimana, a volte con i parenti, a volte no. I ragazzi della mia compagnia pensano alle stesse cose dai tempi del liceo e non sono cresciuti negli ultimi anni, allora tra una chiacchiera e l'altra decido di lasciarti un messaggio sul telefono, giusto per chiederti come stai.
Mi dici che anche tu ti annoi, che ti manco, ma io non so cosa rispondere e tutto finisce li.
La domenica con i genitori è diverso. A casa o al ristorante, io e te sediamo vicini, molto vicini, tanto che le nostre gambe si toccano. Non amiamo l'idea che gli altri ci vedano mano nella mano, ma abbiamo bisogno del nostro contatto. È la nostra forma di sicurezza contro le domande scomode della famiglia.
Quando vi laureate? Quando vi sposate?
Ti si irrigidiva la gamba ed io capivo che non eri a tuo agio.
Non rispondevamo perché le nostre cose ci appartenevano. Era meglio raccontare della routine o di qualche esperienza capitata all'università.
Nel pomeriggio tutti liberi e allora era diverso. Stavamo di nuovo assieme e passeggiavamo; mi tenevi per il braccio.
Ti dicevo tante cose perché ero un chiacchierone. La maggior parte erano parole vuote, fino a che accennavo al futuro, al tempo e ai sogni. Non sembravi molto concentrata e mi lasciavi sfogare.
Qualcosa era cambiato.
Arrivò un fatidico giorno in cui decisi di partire. Discutemmo a lungo sulla mia scelta, ma tu volesti concludere dicendo che mi avresti aspettato. Dicesti di aver capito le mie azioni e che non era giusto rinunciare a quell'offerta di lavoro per egoismo.
Mi proposero di fare il giornalista, viaggiare in Europa per vivere gli eventi più importanti della storia e mi trasferii a Milano. Tu mi avresti raggiunto in pochi mesi.
Ci fu un periodo pieno di lavoro. Non riuscivamo a sentirci molto e le poche chiamate duravano meno delle precedenti.
L'università andava bene, le tue amiche erano la tua sola valvola di sfogo e le nostre famiglie si erano perse di vista. Sembrava quasi un'altra vita.
Io ti chiamavo ad ogni viaggio, da Monaco o da Lione non aveva importanza, tu sapevi dov'ero. Era uno dei pochi modi per renderti partecipe della mia vita, che per quanto infelice l'avevo scelto ed ora ne pagavo le conseguenze. Niente più sguardi ricambiati, niente gambe che cozzano sotto ad un tavolo, esprimendosi in un linguaggio che avevamo impiegato anni ad imparare.
Mi consolavo sapendo che non c'era stato un addio, ma quando ebbi la possibilità di tornare a casa non ti trovai.
Tu non me lo avevi detto, ma eri partita. Quando ti chiesi spiegazioni, mi parlasti di uno stage in un'importante azienda, di un uomo che ti aveva ascoltato mentre parlavi di economia. Tu hai sempre detto cose sensate e quindi facesti colpo ed era un'offerta che non potevi rifiutare.
Non riuscii neanche a chiederti dov'eri, ma dicesti che mi amavi e che avrei potuto aspettarti e che saresti tornata da me.
Partii nuovamente, ancora una volta via dall'Italia e molti viaggi in altrettante settimane.
Ti chiamavo appena arrivato in albergo e tu mi raccontavi di come ti stimolasse il nuovo lavoro. Ti piacevano i tuoi incarichi, i colleghi e le incomprensioni divertenti perché non parlavi bene la lingua. Mi dicesti di odiare la guida sulla sinistra.
Pensai subito a Londra, tanto che vi accettai un incarico di qualche giorno e ti telefonai.
Non sapesti resistere e riuscimmo ad incontrarci di nuovo.
Non avevo mai provato quella sensazione, ma tutto fu più chiaro al momento giusto: ti avevo perso di vista. Non ero abituato ad una cosa del genere e il risultato fu catastrofico, tu invece adoravi provocarmi e lasciasti che ti inseguissi per ricordarmi quanto tenessi a te.
Trascorremmo insieme un paio di giorni, alternando i nostri incontri agli impegni di lavoro.
Ci salutammo un'altra volta che era di mercoledì. Salii sull'aereo e tornai in Italia, a casa mia.
Fu brutto lasciarti, come abbandonare una parte di me in un mondo che mi era completamente estraneo e in mano a gente di cui non sapevo niente.
Avrei voluto tornare da te e nient'altro.
Non seguirono giorni felici; tutto peggiorò. Mi dicesti che stavi per lasciare Londra per un'altra città.
In ogni caso venni a trovarti poco dopo il tuo trasferimento, ma oramai qualcosa si era perduto. Come se fosse finito il periodo dei giochi in cui tu mi evitavi per provocazione e andavi a controllare il trucco e poi a parlare con le tue amiche.
Purtroppo finì la musica ed io mi sentii perso, senza sapere se la festa fosse finita, oppure se afferrarti con forza e portarti via, lasciando gli stessi passi bagnati di chi non sa cosa ci fa lì e che mi hanno portato lontano da te.
Quando ti salutai, capii che in un modo o nell'altro era un addio, perché dopo, senza sapere come, ti persi. Io ero preso dal mio lavoro e tu dal tuo e la distanza era molto scoraggiante.
Qual'era allora il momento giusto per entrare in azione?
Chi erano le persone che ti stavano intorno e da cui ti avrei dovuto difendere? Perché le tue provocazioni non erano più divertenti e non ti facevano sembrare la più bella del mondo? E quanta vodka alla pesca avrei dovuto bere per perdere ogni controllo e venirti a prendere?
Quando ci lasciammo, ricordo che non fu doloroso, quanto triste. Forse quella fine l'avevamo un po' cercata e le nostre scelte come i nostri caratteri si ritorcevano contro di noi.
Grazie ai miei viaggi scoprii e vidi molte realtà che appartengono a questo mondo, molte meschine e con tutte le relative bassezze a cui l'uomo può arrivare, altre incoraggianti, che mi mostrarono nuove forme di amore e modi diversi di concepire i sentimenti.
Ho usato questo giro di parole per poter dire che la verità é che la gioia di stare insieme si era trasformata in noia e tutto ciò che c'era di buono si era sciupato ad ogni ballo, man mano che restavamo a fissarci ad un centimetro di distanza, fino a conoscerci così bene che niente poteva regalarci quel senso di scoperta che ci rendeva unici e uniti contro il mondo.
Le tue guance e le mie spalle non erano diverse da quelle di altre persone.
Mentre le avance che tanto ti piacevano, quelle parole che ti facevano sentire una principessa, dette da uomini spuntati all'improvviso... sarebbe molto interessante se tu scoprissi che, forse, non erano casuali, ma voglio lasciare a te il piacere della scoperta. 

domenica 9 aprile 2017

Tutto in beneficenza

Io sono quello che conta le monete date in beneficenza.
Nei negozi si trovano cilindri nei pressi delle casse, solitamente trasparenti per dar prova della bontá di chi è giá passato di li, nei quali si infilano i centesimi rimasti in tasca per sbaglio o dimenticanza, di quelli che non si saprebbe cosa farne, a cui non si da valore fino a quel momento in cui si é ispirati dal timore di vedere un sorriso trasformarsi in rancore, dalla fila di persone intenzionate a pagare che si accumula alle spalle e da chi si aspetta un gesto caritatevole. Perchè non darli ai bisognosi?
È semplice il gesto della mano che stringe la moneta, la infila nella fessura e non ci pensa più.
Le commesse ringraziano con un gran sorriso e sono contente della buona azione, ma salutano in fretta perché c'è un altro cliente a cui dare attenzione, devono rivolgergli un sorriso e spiegare che ogni centesimo donato può salvare una vita. Sorridono anche a chi non le ascolta.
Dopo vengo io, che conto le monete una ad una, senza scambiare un centesimo per un altro, senza contarle due volte consecutive.
È un lavoro lungo e faticoso che richiede molta concentrazione e una buona vista e non c'è nessun ma per mio dispiacere; non mi fa sentire una persona migliore, non mi da l'impressione di dare un contributo e non arricchisce la mia vita quanto il tempo che mi assorbe che potrei usare per migliorare nel lavoro o coltivare un hobby. So che qualcuno deve pur farlo, volente o nolente, e ho sempre odiato tirarmi indietro, accettando le sfide che mi sono capitate, ma sono invecchiato e iniziano a farmi male gli occhi a furia di contare.
Un centesimo, due, quattro, sei, otto, dieci, venti, quaranta, sessanta, ottanta, un euro!
La stanza è illuminata perché ho bisogno di vedere bene. La luce resta accesa ventiquattro ore su ventiquattro; il sole entra dalla finestra e mi ricorda che il tempo trascorre per me e per chi cammina in strada e vedo sparire lungo il marciapiede o per chi si muove in auto percorrendo la statale, anche per chi bussa alla mia porta e mi distrae, mi chiede quanti soldi ho contato e se ne va. Gli occhi sono stanchi, ma ho buona memoria, quindi riprendo da dove ho lasciato e continuo.
Tre centesimi, cinque, dieci, trenta, cinquanta, due euro!
Sulla mia scrivania non ci sono lettere. Sono riservate ad altri, a chi ha tanti soldi da donare, così tanti che c'è bisogno di un assegno, di una festa con molti invitati, buffet ricchi di antipasti e giornalisti che fotografano. È di loro che si ricordano i bambini bisognosi. Il minimo che possono fare è scrivere una lettera di ringraziamento sul retro di una foto della scuola costruita con i soldi della beneficienza.
Di me non si ricorda nessuno, nemmeno sanno che esisto, né che ho memorizzato il retro delle monete e che le associo ai rispettivi paesi meglio delle bandiere. Non potrebbe essere diversamente, ma non mi meraviglio della realtà quanto delle circostanze che mi hanno portato a viverla, delle idee che avevo da ragazzo, del desiderio di seguire i grandi ideali, della promessa che avevo fatto a Marisa di seguirla ovunque nel mondo. Fu così che divenni volontario, insieme a lei, senza avere la stessa vocazione o la grinta. Mi limitavo a fissarla nel tempo, nei pomeriggi dei sit-in in cui ci portavano via con la forza e lei protestava di essere in un paese libero e democratico; la fissavo durante le raccolte delle firme, stando seduto al banco sotto l'ombrellone, porgendo la penna alle persone che lei riusciva a convincere; la fissavo incoraggiare i nostri compagni a lottare per cause che non avevano vera importanza, eppure andavano sostenute.
Non potevo farne a meno perché non si ripeteva mai. Ogni frase era nuova, ogni sguardo era nuovo. Di quest'ultimi gliene ho visti fare milleqinquecentoventisette e so che può far ridere un numero così preciso o sembrare impossibile, ma io l'ho conosciuta per millecinquecentoventisette giorni verso cui ha guardato come un possibile futuro per tutti noi, a volte triste, a volte felice.
Dovevo fissarla perché era tutto ció che non sarei diventato, neppure imitandola se mi avesse spiegato come, perché i nostri princìpi erano diversi e si sarebbero ribellati ad ogni compromesso o ad ogni accordo.
Per l'energia c'era un altro discorso, perché quella potevo prendergliela, come se lei fosse una stella ed io un pannello capace di trasformare il suo l'entusiasmo nella mia sicurezza, perché mi sentivo sicuro a starle vicino ed erano sicure le idee e le nostre lotte.
Fu bello essere innamorato fino a che non divenne radicale e iniziò a partecipare alle manifestazioni armate. Vandalizzarono quartieri, danneggiarono veicoli e vetrine di negozi. Si era perso quel altruismo che ci dava speranza.
Venti centesimi, trenta, cinquanta, cinquantacinque, sessanta, settanta, novanta, tre euro!
C'è da meravigliarsi per la semplicitá con cui ho compiuto scelte che hanno condizionato il resto della mia esistenza, che mi hanno portato a compiere cinquant'anni e ad essere un involontario, perchè io non ho voglia di stare in questo posto a sentirmi inutile, né voglio manifestare con cartelli o striscioni. Vorrei vivere altre esperienze che sono ormai trascorse senza che io le abbia notate e che mi guardano nella mia immaginazione per impedirmi di dimenticarle. A volte le immagino come occhi che non hanno altro interesse che me per cui erano state fatte. Le parole che non ho detto mi guardano con aria di superioritá, sanno che potevano essere pronunciate con facilitá, parole che si imparano da piccolo in modo spontaneo e che possono dare vita ad incontri e amicizie. Non ho detto spesso grazie; non ho detto spesso arrivederci; ne prenda un pò; so dirle che ore sono; per quello che cerca deve seguire questa strada.
Si, é vero, sono facili da pronunciare.
Oh, una moneta da due euro. Questa é tedesca.

martedì 28 marzo 2017

Fermarsi prima

Mi sono sempre fermato ad un passo dai miei obiettivi senza farlo apposta. Non ne ho realizzato nessuno e sono costretto ad ammettere che non conosco la sensazione che si prova. Ero pieno di certezze e buoni propositi e le soluzioni le avevo già trovate, ma tutto andava in fumo a causa dei dettagli che non avevo previsto.
Un signore mi dice che ho la faccia adatta per fare l'agente immobiliare, allora lascio la mia carriera da pilota e accetto la sua offerta di lavoro. Era più sicura, priva di rischi e di pericoli.
Guidare era una passione che avevo da piccolo, iniziata con i videogiochi da corsa. E quante gare ho vinto... Mi immaginavo sui podi a stappare bottigilie di spumante e ad annaffiare la folla sottostante, mentre lasciavo a terra la coppa e l'automobile stanca parcheggiata poco distante.
In verità non faceva per me, no. Gli altri facevano incidenti ed io potevo restare coinvolto. Girando ad alta velocitá non mi sarei nemmeno accorto dello schianto, dell'auto che si ribalta e di qualche osso che si rompe. Al diavolo i sistemi di sicurezza!
Caterina è vivace, ma sfuggente. Mi piace che sia l'opposto di me e la sposo, pur sapendo che non avremo mai una famiglia.
È entrata nella mia vita con una lunga serie di telefonate e di mail in cui mi chiede di trovarle una casa, di come deve essere e di cosa ci avrebbe fatto, come se fossi tenuto a saperlo. Cambiava idea quotidianamente. L'unica costante erano gli ambienti ampi. Voleva grandi stanze in cui accogliere almeno una decina di persone perchè lei era sempre circondata di amici, colleghi o conoscenti.
Mi invitò ad una sfilata della collezione invernale: a lei il compito di venderla. Tutti le stavano intorno per discutere di moda, di gusti e tendenze. Nel suo campo era veramente brava.
A volte partiva per viaggi di lavoro e ne perdevo i contatti per giorni, senza poter sapere della sua salute o del lavoro. Tornava, litigavamo, poi uscivamo a cena.
Non sono mai riuscito a trovare una casa che mi piacesse. Mi annoiavano i dettagli che mi avevano inizialmente convinto, allora si cambiava, si ricominciava da capo, nuova strada, nuovo giro della cittá per raggiungere il mio lavoro e il salone di Caterina. Per lei era diventato indifferente perchè stava poco a casa, lasciava che me ne occupassi io.
La volevo grande, con uno studio ed un soggiorno illuminato. Lo avevo sempre saputo e ripetuto altrettanto, ma mi accontentavo di altro perchè vedevo un camino finemente decorato o un grande terrazzo ed una bella vista, oppure l'usciere che mi apriva la porta tutte le volte che andavo o tornavo.
Non sono riuscito a realizzare nessuna delle cose che avevo in mente. Restano belle immagini nella mia testa. Sono modelli visti forse in tivú che mi sono piaciuti.
Mi sembra di non aver vissuto la vita che volevo, eppure le scelte le ho fatte io ed ero cosciente che non tutto rispecchiasse i miei gusti.
Come faccio a conoscermi e come so di cosa ho bisogno?
É tardi per le domande e altrettanto per le risposte. Meglio non parlarne.
Caterina è di nuovo via. Spero solo di rivederla presto.

giovedì 9 febbraio 2017

Noi a teatro

Siamo un duo comico ed il pubblico applaude quando aprono il sipario; batte le mani con la stessa energia che illumina il teatro e noi ne restiamo abbagliati ogni volta.
Facciamo questo mestiere da quando eravamo giovani e vedevamo in televisione in bianco e nero i primi show in cui veniva dato spazio ai monologhisti. A noi piacevano, perchè non avevano bisogno di essere ridicoli. Indossavano abiti eleganti perchè all'epoca bisognava vestirsi in un certo modo per apparire in televisione e con le loro parole incantavano le persone, specialmente le donne e noi volevamo assomigliargli. Non c'era niente di volgare in quel desiderio, perchè la risata era la prima cosa a cui ambivamo e di condividerla con tante persone.
All'inizio ero un magazziniere che nella pausa pranzo tra colleghi raccontava aneddoti divertenti e l'ora che avevamo a disposizione si trasformava in una gara a chi faceva ridere di più. Tu lavoravi in banca e li si rideva poco; non ne eri adatto tu che eri bravo a imitare i clienti più strani che ti capitavano. Ne coglievi i dettagli e li esageravi o li interpretavi e ti veniva naturale trasformarli in personaggi. Avevi uno stipendio migliore del mio e la sera pagavi tu la birra. Ho sempre apprezzato quel gesto.
Ci esibivamo nei locali e avevamo a disposizione dieci minuti. Non potevamo permetterci costumi e non c'erano sceneggiatori. Avevamo solo i nostri testi, potevamo contare sulle voci, sulle facce buffe e sui gesti. Tu gesticolavi molto nella quotidianità e mi facevi ridere. Litigavamo per il pagamento con i gestori che non volevano rispettare gli accordi perchè non eravamo stati bravi. I clienti non tornavano e il locale non poteva permettersi di perderli. Discutevamo a lungo, senza vedere che tutto sommato avevano ragione loro. Non eravamo un granchè, peggio era guadagnarsi la fiducia di chi si aspettava qualcosa di più dei soliti colmi o delle freddure. Da allora ci siamo un pò svenduti, fino a diventare ridicoli, dei pagliacci, l'opposto di quello che volevamo, lontani dai modelli con i quali eravamo cresciuti, ma bisognava ammettere che funzionava.
Si era evoluta la comicità. Quella classica apparteneva a chi era venuto prima di noi e le nuove generazioni volevano qualcosa di nuovo. Ci basammo sugli stereotipi della socitetà ed ottenemmo successo perchè in essi si rispecchiava la maggior parte delle persone. Prendere in giro è sempre divertente.
Una sera si propose a noi un signore che ci assicurò numerose esibizioni e cachet elevati e noi cogliemmo al volo l'occasione.
Ricordo il momento in cui iniziammo gli spettacoli, quelli veri, a teatro. Le luci si spegnevano in sala e iniziava il frastuono dell'applauso. In quel breve minuto, in tante occasioni, iniziai a pensare che per quanto sperassi di arrivare a quel traguardo non ne ero pronto. Tanti dubbi mi vennero in mente, tante insicurezze. Poteva andare tutto storto e la serata si sarebbe rovinata. Nessuno ci assicurava del successo.
Guardavo in alto verso la luce dei riflettori che ci sarebbe piombata addosso e in silenzio aspettavo l'inizio di quello che per molti era solo un divertimento, ma per me era la vita e i suoi aspetti comici sul quale riflettere. Interpretavi un personaggio che si imbatteva nelle persone che piú gli erano antipatiche e finiva col viverci assieme situazioni problematiche da cui non poteva sottrarsi. Quel personaggio ci è valsi molti biglietti venduti e invece di ringraziarlo restavo a chiedermi come mai si incontra sempre chi si odia. Non ho trovato mai la risposta e forse la domanda stessa era ridicola, ma me ne sono poste tante da quando facciamo questo lavoro che ho perso la capacità di ragionare. Mi dicevi che ero troppo sensibile. Notavi che me ne stavo con i pensieri a farmi struggere da cose che non esistevano se non nella mia testa. Mi dicevi che non c'era motivo di dubitare di me o delle mie capacità, eppure mi lasciavo condizionare dalle minime cose e ne soffrivo, senza lasciare che qualcuno mi capisse e sarei rimasto solo se non fosse stato per Claudia.
Molti di quei pensieri li ho lasciati perdere. Il problema è che stavano li, venivano da soli e non ne capivo il significato o il senso. C'erano i timori di tornare al magazzino ad annoiarmi, mentre il supervisore mi controlla e non gli va bene niente. Chi ero dei due, un magazziniere o un comico? E non ho mai trovato sicurezze negli applausi, nei soldi o negli ingaggi per i film e le tournée. Neanche i premi alla carriera che mi ricordano di essere vecchio riescono ad essere un conforto. Mi fanno capire che ormai ci sono tanti comici con più inventiva, più giovani, più istruiti, che escono da scuole o da corsi di recitazione e hanno voglia di apparire, di andare in tivù e farsi vedere.
Noi eravamo degli improvvisati. Avevamo solo i nostri testi e la voglia di ridere e far ridere, ma di tutti quei bei propositi non mi è rimasto niente. Vorrei tanto chiedere aiuto, ma sarebbe inutile. La vita non è così, non soccorre i bisognosi, anche se lo meritano. Bisogna imparare a cavarsela con le proprie forze.
Mi hai detto che su una cosa ho ragione, che siamo vecchi, di non dare ascolto alla mia testa e di lasciarmi andare al momento e alle cose. Tu gioivi sempre quando chiedevano un bis e lo concedevi volentieri, mentre io avevo sempre da obiettare.
Forse è tardi. Lo so. Sono consumato e non mi restano energie.

Questa volta ci voglio provare. Ci chiedono solo un bis. Prendiamoci quest'ùltimo applauso e non pensiamoci più. 

mercoledì 25 gennaio 2017

Fuori a cena

Ricordo che il bello arrivava al momento dell'ordinazione, quando il cameriere tornava dopo aver atteso i dieci minuti che gli avevamo chiesto. Noi non eravamo pronti, ma ci sembrava inopportuno chiedergli di attendere ancora e improvvisavamo. L'improvvisazione, peró, non era una nostra caratteristica e per quanto provassimo a nasconderli, mostravamo sempre i nostri difetti.Ordinavo la pizza per primo perché avevo imparato a scegliere in fretta, sotto lo sguardo di genitori e fratelli sconvolti dal mio modo di fare, mentre loro non sapevano da dove partire. A loro volta venivano osservati da me che ero curioso di vedere come si sarebbero comportati.Erano uno spasso. Mio padre alternava il menú al portafoglio per essere sicuro di potersi permettere il conto della cena. Guardare le banconote doveva dargli sicurezza o forse sperava di essersi sbagliato a contare e di ritrovarsi con una banconota da venti euro, o almeno da dieci, in più. Gli sarebbe piaciuto molto. Piú soldi da spendere significava che forse avremmo ordinato un dolce, uno solo, e lo avremmo diviso. Al contrario poteva essere che aveva contato due volte la stessa banconota e che avesse soldi in meno. Continuava a fare conti, sommando e sottraendo i prezzi delle portate che nominavamo. Si preoccupava che potessimo prenderle, senza badare a quello che avrebbe voluto mangiare lui. Di fatto era l'ultimo ad ordinare per basare la sua scelta sui soldi che restavano, adeguandosi.Certe cose le ho scoperte dopo, da adulto. Prima pensavo che fosse lento. Me le raccontò mia madre un pomeriggio in cui i soldi non avevano più importanza per la nostra famiglia, quando ero diventato abbastanza grande da poter pagare i miei conti da solo.Qualcuno potrebbe dire che se non avevamo i soldi conveniva restare a casa, cucinare per conto nostro, che avremmo sicuramente risparmiato. Ed è vero. A casa si spende meno.Ricordo che mio padre dava dei pizzicotti ad Antonio, nostro fratello maggiore, perchè ammiccava alle ragazze invece di degnare d'attenzione il cameriere che attendeva una risposta. Antonio non arrivava mai a capire cosa si aspettasse nostro padre da lui. Si sentiva messo in difficoltá senza capirne il perchè. Nostro padre lo sapeva e con calma era pronto a spiegarglielo, anche con uno sguardo e in quel caso si mise a fissare il cameriere.Mia sorella sceglieva la pizza piú costosa e ne mangiava solo metá per fare un dispetto. Sapeva della nostra situazione economica e colpevolizzava papá di non poterle comprare lo scooter o il cellulare di ultima generazione, al contrario dei genitori delle sue amiche a cui bastava solo chiedere. Lui, peró, le voleva bene e placava la rabbia nei suoi confronti evitandone lo sguardo e ironizzando che la più costosa era sicuramente la piú buona, ottima scelta!Ricordo i bisbigli tra i miei genitori per scegliere cosa far mangiare a mio fratello minore, che aveva quattro anni, se era il caso di prendere una pizza intera per lui, se dargli un pezzo della loro, se prendergli una bevanda grande, piccola o dargli un po' della loro.Ricordo che all'ingresso dei ristoranti avevamo fame e che eravamo bravi a nasconderlo grazie all'educazione di nostra madre che ci aveva istruito sull'importanza di apparire.Eravamo tranquilli e posati, attendevamo in silenzio di essere accompagnati al tavolo. Chi non ci conosceva sussurrava tra se e se parole di apprezzamento nei nostri confronti, i genitori ci indicavano ai loro figli come esempi da seguire e i gestori dei locali non temevano creassimo disordine in sala.Ancora prima c'era il momento in cui uscivamo di casa e salivamo in macchina. Non stavamo andando in gita in posti particolari, ma mi emozionava ugualmente. Era il momento delle premesse, quando potevo immaginare cosa sarebbe successo e sapevo che mi sarei divertito.<<Ma perchè ride sempre?>> Chiedeva mia madre.Lei vedeva altre cose, differenti dalle mie. Vedeva i figli crescere e il momento in cui quelle cene non sarebbero state un'abitudine e ci avrebbe visti allontanarci. Vedeva mio padre litigare con noi e tutti i litigi che sarebbero seguiti fino alla maggiore etá. Vedeva me in silenzio a sorridere e sperava che non smettessi mai.Chissá cosa vedeva mio padre, invece.Poi c'era l'inizio, quando ci comunicavano che saremmo andati a cena fuori. A mio fratello non importava, adorava la pizza. Mia sorella sembrava stizzita e pensava che se messi da parte, quei soldi potevano essere spesi in modo migliore. Comprando qualcosa a lei, ovviamente.Mia madre era contenta perchè significava un'altra serata insieme.Quelle serate iniziavano nel timore, ma il peggio passava e una volta ordinate cose che rientravano nel budget di nostro padre, tutto diventava normale. Si chiacchierava, si ascoltava, si prendeva in giro. Mio padre e mia madre si tenevano la mano e ci guardavano estasiati. Avevamo a disposizione la loro attenzione, ma non eravamo di sicuro dei figli speciali. Non importava. Loro stavano li e mi guardavano, mi facevano capire che c'erano se avevo bisogno e io mi sentivo al sicuro.Forse, stando a casa avremmo risparmiato, ma fuori insieme abbiamo guadagnato tutti qualcosa.